Era l’ora dei vespri del 3 ottobre 1226

transito di San Francesco

«Quegli che giaceva là, morente…
era una personalità, un poeta,
un faro nella vita come una luce
che non fu mai più in seguito sul
mare o sulla terra.
E noi possiamo dire, con quasi
assoluta certezza, che le stelle,
passando sopra quel corpo consunto
e irrigidito sul duro suolo,
per una volta almeno, nei loro splendidi
giri intorno al mondo della laboriosa
umanità, videro dall’alto un uomo
veramente felice.»
G.K. Chesterton, S. Francesco d’Assisi

Del beato «Transito» del Serafico Padre San Francesco

Durante il biennio che seguì all’impressione delle stimmate, egli, come una pietra destinata all’edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità e, come un materiale duttile, era stato ridotto all’ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni.

Nell’anno ventesimo della sua conversione, pertanto, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita (cfr. On 6, 17), là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia (cfr. Eb 10,29). [LegM 14,3]

Quando arrivarono all’ospedale di san Salvatore, che sorge a mezza strada tra Assisi e Santa Maria, disse ai portatori di mettere a terra la lettiga. Avendo ormai perso quasi del tutto la vista a causa della lunga e grave malattia d’occhi, fece voltare il letto in modo da tenere la faccia rivolta verso Assisi. E sollevandosi un poco dal letto, benedisse la città… [Spec 124]

Giunto alla Porziuncola, così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro perché non si vedesse. E disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni”s (cfr. Ef 4,21). Volle certamente essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce. [LegM 14,3-4].

E per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato sin da principio (cfr. Gv 13,1).

Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa e, cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio.

Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. [2Cel 216]

Poi mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce, – giacché aveva sempre amato questo segno – e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso. [LegM 14,5]

Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare (cfr. Gv 6,53) un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (cfr. Gv 13,1). Si ricordava in quel momento della santissima Cena che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella Cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.

Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo.

Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode e, andandole incontro lieto, la invitava a essere sua ospite: “Ben venga, mia sorella Morte!”.

E ai frati diceva: “Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l’altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”. [2Cel 217]

Egli poi, come poté, proruppe nell’esclamazione del salmo: “Con la mia voce al Signore grido, aiuto, con la mia voce supplico il Signore” e lo recitò fino al versetto finale: “Strappa dal carcere la mia vita, perché io renda grazie al tuo nome; i giusti mi faranno corona quando mi concederai la tua grazia” (cfr Sal 141). [LegM 145]

Giunse infine la sua ora, (cfr Gv 4,23) ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio. (2Cel 217)

Le allodole, che sono amiche della luce e hanno paura del buio della sera, al momento del transito del santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo, con non so quale insolito giubilo, rendevano testimonianza (cfr. Gv 1,7) gioiosa e palese alla gloria del santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio. [LegM 14,6]

Era l’anno dell’Incarnazione del Signore 1226, il 3 ottobre, di sabato.

A laude di Cristo. Amen. [2Cel 220a]

Io lo vivrò quassù .

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Non mi piace essere assorbita dalla mentalità del mondo. Ci sono, ma amo fermarmi e assaporare la Vita, attimo per attimo, con le sue gioie e i suoi dolori. E' un dono di Dio e come tale non va sprecata. Amo colui che mi ama da sempre e per sempre. Dio.
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2 risposte a Era l’ora dei vespri del 3 ottobre 1226

  1. ciccio56ciccio56 ha detto:

    Un faro acceso sulla via del Paradiso!

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